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lunedì 25 gennaio 2010

Una generazione in lotta contro il proprio tempo, di Antonio Lombardo

Esistono autori in cui azione, autobiografia e narrazione si confondono fino a divenire indistinguibili: dalle loro pagine spesso emerge, carico di vitalità, un fascino simile a quello degli antichi poemi epici. Ernst von Salomon appartiene fuori di dubbio a questa composita schiera, in cui si potrebbero a buon diritto annoverare anche Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, Ernst e Friedrich Georg Jünger, Yukio Mishima e persino Gabriele d'Annunzio. È immediatamente consequenziale e comprensibile, quindi, che questo autore tanto abbia appassionato intere generazioni di giovani. "La biografia stessa di von Salomon - scrive Marco Revelli nella sua ampia postfazione all'ultima edizione italiana de I proscritti, il romanzo più famoso di von Salomon - ne fa un rappresentante emblematico di quell''esistenzialismo guerriero' che animò in entrambi i dopoguerra ogni esperienza nazional-rivoluzionaria".
Quest'edizione, pubblicata per i tipi della casa editrice Baldini & Castoldi, è corredata anche da una cronologia del periodo 1918-1923 in Germania (il luogo temporale e spaziale in cui si svolge la maggior parte dell’azione narrata nel romanzo). La vicenda si apre nella Germania guglielmina ancora impegnata nella Grande Guerra: la rivolta interna dei marinai e l'inefficacia strategica della grande avanzata sul fronte dell'Ovest preludono al definitivo tracollo militare, morale e materiale della nazione. Si assiste all'improvvisa, epidemica diffusione del bolscevismo e alla parallela nascita dei Freikorps (i corpi franchi): corpi militari volontari in rapporto di indiretta dipendenza dallo Stato e assai simili alle compagnia di ventura rinascimentali.
Nel corpo di uno Stato morente, infezione e anticorpi si accingono a combattersi in quella che si profila come l’ultima e decisiva battaglia. Ben presto però, tra gli uomini dei Freikorps (tanto quelli impegnati in patria quanto quelli che combattono sul fronte del Baltico) subentra la convinzione di non appartenere sotto alcun aspetto al nuovo Stato sorto dallo sfacelo: la Repubblica di Weimar. Con ogni evidenza, essa appare come un governo-fantoccio asservito in tutto e per tutto ai voleri stranieri degli ex-nemici. Insurrezioni e pronunciamenti si moltiplicano, fino a culminare, nel 1920, nel fallito colpo di stato del generale von Lüttwitz. Il clima generale si arroventa e la lotta politica assomiglia sempre più alla guerra civile.
È in questa temperie che operano i proscritti del romanzo: giovani tedeschi, per lo più reduci del fronte e dei Freikorps, che agiscono per difendere quella Germania, o meglio quell'idea di Germania, che non ha alcuna rappresentanza nello stato-fantoccio di Weimar. Difendono la Ruhr e l’Alta Slesia, prendono Monaco, colpiscono gli avversari politici. Il culmine delle vicende di quegli anni si ha il 24 giugno 1922, quando un commando di cui fa parte lo stesso von Salomon uccide il ministro degli esteri Walther Rathenau, simbolo vivente di quella Germania "cooperante" con i nemici di un tempo. La terza e ultima parte de I proscritti si intitola "I delinquenti" (e segue a "I dispersi" e "I congiurati"): è il racconto di cinque lunghi anni di carcerazione del protagonista.
Per la sua carica emotiva, oltre che per l'indubbio valore letterario, questo straordinario affresco di un periodo storico che è I proscritti è divenuto il romanzo emblematico della Destra europea, poiché, per usare ancora le parole di Revelli, "in von Salomon e nei suoi 'proscritti' questa destra, più che un progetto ideale o un sistema di valori, vedeva un nuovo 'tipo umano': un modello di personalità capace di resistere allo sradicamento, di contrapporsi attraverso l’azione estrema, assoluta, fine a se stessa, al corso avverso della storia, e per questa via di sopravvivere in quel 'panorama di rovine' che per i 'vinti del '45' (...) era divenuta l'Europa".

(ripreso da "La Padania", 30/12/2001; riprodotto in Centro Studi La Runa)

Sulle tracce di una generazione perduta, di Antonio Lombardo

E' stato dato alle stampe un volume di immagini poco notato, ma di una bellezza commovente, semplice e struggente. Si tratta di un libro che, pubblicato oggi nella nostra lingua, uscì nel 1986 in Germania col titolo di Bilder aus dem Wandervögel Leben (Immagini dalla vita del Wandervögel, Socrates, Roma 1999 - il nome del movimento significa "uccello migratore") a seguito della donazione, da parte di Julius Groß, del suo intero, immenso repertorio fotografico all'Archivio del Movimento giovanile tedesco conservato nel castello di Ludwigstein a Witzenhausen. Julius Groß, come racconta Winfried Mogge nel testo, "in qualità di 'fotografo dei Wandervögel' (...), aveva messo insieme una documentazione fotografica unica, dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, sulla storia della gioventù tedesca nei primi trentacinque anni circa del XX secolo". Di quella gioventù, cioè, che armata di strumenti musicali e calzettoni alla zuava, in una rivolta esistenziale globale contro il mondo moderno, tornava alle campagne, alle escursioni, ai fienili e ai castelli diroccati, evitando le comodità di una vita borghese, "civilizzata" e cittadina.
Questo movimento, che tanta parte ebbe in seno al movimento ideale della "rivoluzione conservatrice", era composto da giovani di varia estrazione sociale, che dimostravano con ciò stesso il loro rifiuto del mito astratto e alienante della "lotta di classe" in seno alla Repubblica di Weimar; ragazzi che privilegiavano quali forme artistiche il canto, la danza, la pittura e, appunto, la fotografia. Anche il corpo nudo, specie femminile, è spesso presente in queste immagini (allora) di forte rottura: scriveva della "spiritualità Wandervögel" Charly Strässer nel 1926, giungendo a teorizzare una vera e propria Weltanschauung neopagana: "È la nostalgia della redenzione in una religiosità che abbraccia corpo e anima nel grande divenire della natura (...) È una religiosità che, partendo prima di tutto dal corpo, supera l'incarcerazione cristiana, degradante, profanatrice; che travolge il mondo, ormai crollato, e in macerie, dell’Alto Culto dello Spirito; è la 'profonda, interiore religiosità della corporeità'".
I valori contadini, della terra e del sangue, il sapore dell'amicizia, l'amore per la natura in tutte le sue forme, la profonda, incontenibile gioia di vivere: queste le caratteristiche della gioventù Wandervögel, che traspaiono con potenza e carica suggestiva dal centinaio di fotografie del volume. In una di queste si vede un gruppetto di ragazzi su un poggio, accanto a una pentola sul fuoco; sullo sfondo stanno arbusti, alcune grandi latifoglie e un lago; in un'altra è rappresentato un alloggio per la notte, con il pagliericcio per meglio riposare: una dozzina di giovanissimi stanno sdraiati insieme; un'immagine raffigura due fanciulle che hanno raccolto dei fiori in una radura illuminata da un fascio di luce; in una, particolarmente riuscita, sotto il tronco di una grande quercia, di notte, si è formato un cerchio di ragazzi e ragazze, che cantano accompagnandosi con chitarre e violini. Queste fotografie comunicano direttamente la realtà di un tentativo, quasi unico nel suo genere, di conciliare la rivolta contro l'industrializzazione e il decadimento moderni con la ripresa di valori assiali ed eterni: ed è per questi motivi che il libro si rivela in quest'epoca di così grave crisi tanto più accattivante e significativo. Con esso si offre una preziosa opportunità di conoscere a fondo lo spirito animatore del movimento Wandervögel.

(ripreso da Centro Studi La Runa, 2000)